Quel grand'uomo di mia nonna
Era il 1992 e avevo solo 6 anni. Era luglio e, come ogni estate, passavo gran parte della giornata da mia nonna, purtroppo già vedova a 66 anni. Ero solito fare una piccola pennichella dopo pranzo ma quel giorno non avevo sonno e dopo pochi minuti mi alzai da letto. Iniziai a cercare mia nonna ma non la trovai in nessuna parte della casa. Poi scesi giù in giardino e sentii dei rumori provenire dal garage. Il portone era semichiuso; mi sporsi dentro e la vidi. In una specie di palestra improvvisata, mia nonna si stava allenando al sacco, tirando dei ganci terrificanti; rimasi colpito dai muscoli che risaltavano e dalla incredbile velocità e potenza posseduta.Mia nonna mi vide, mi fece entrare e mi spiegò che la boxe era sempre stata la sua passione. Mi chiese se volessi allenarmi con lei ed io accettai con entusiasmo. Mi insegnò i rudimenti del pugilato, il salto della corda, le schivate, i ganci, i jab, gli uppercut. Fu un'estate di grande crescita fisica e atletica. A settembre, quando iniziai la prima elementare, mi divertivo a picchiare senza motivo i miei compagni di scuola ed a seminare il panico: ero molto temuto persino dai maestri. I miei genitori non capivano l'origine di questa aggressività, ma non mi punivano mai; tuttavia era mia nonna a suonarmi appena le veniva riferito delle mie malefatte; io provavo a difendermi, ma lei era nettamente più forte di me.
Gli allenamenti proseguirono fino all'età di 15 anni, quando iniziai ad allenarmi in una palestra professionale e a confrontarmi con dei ragazzi più grandi. Capitava di prenderle, ma mai come quando combattevo contro mia nonna. Gli sparring con lei erano sempre durissimi e lei pretendeva che combattessimo senza il caschetto ("una roba da sfigati") e paradenti ("tanto io ho la dentiera", diceva prima farsi una grassa risata). Io mi allenavo duramente, ma mia nonna riusciva sempre a sorprendermi con una qualche combinazione. Ogni tanto mi rompeva un dente o una costola, ma, a conti fatti, lo faceva per il mio bene ("io colpisco duro, ma nessuno colpisce duro come la vita"). Con i miei genitori ovviamente accampavo scuse ("sono caduto dalle scale", "è stato a giocare a pallone"): se avessero scoperto di questi allenamenti con mia nonna, mi avrebbero persino impedito di vederla, mentre io avevo bisogno dei suoi insegnamenti.
Divenni uno dei migliori clienti del dentista; uomo tutto d'un pezzo che è ancora mio amico, l'unica persona alla quale abbia mai confessato la vera causa dei miei infortuni. Il dentista, che in passato era stato un buon pugile a livello dilettantistico, volle sfidare mia nonna in un match regolare nel quale io ero l'arbitro. Mia nonna ovviamente accettò la sfida. Il giorno del match, mia nonna aveva fretta perché quella sera sarebbe dovuta andare a giocare a tombola e ad ubriacarsi con le sue amiche. Fece sfogare il dentista per 20 secondi per poi sorprenderlo con un destro al fulmicotone (mettendolo a dormire come un bambino) e correre in casa a prepararsi per uscire.
Una volta mi capitò di fare la spesa con mia nonna. Mentre uscivamo dal centro commerciale, incontrammo due ragazzi maghrebini nettamente più grandi di me. Mi avvicinarono ed inziarono ad insultarmi ("mammoletta", "finocchio"); mia nonna mi disse solamente "fai presto che dobbiamo andare a casa, porto io le borse in macchina". Mi gettai contro i due ragazzi, ma questi erano veramente forti. Dopo diversi colpi ricevuti, ero sul punto di mollare quando vidi mia nonna che, sistemate le borse in macchine, si stava fumando una sigaretta: voleva vedermi crollare per poi gettarsi sui due ragazzi e massacrarli di botte, voleva dimostrare che ero una mezza sega, voleva umiliarmi. Quella visione mi fece incazzare di brutto. Schivai due diretti per poi rispondere con ganci al corpo ed uppercut fulminanti.
Mia nonna spense la sigaretta con la suola della scarpa e mi disse: "mi stavo annoiando, andiamo che è tardi". Stavamo per andare via quando ci accorgemmo che i due ragazzi si erano rialzati ed avevano estratto due coltelli a serramanico. Per mia nonna fu come un invito a nozze, probabilmente non vedeva l'ora di ricevere una simile provocazione. "Volete giocare sporco? Ora vi faccio vedere io cosa vuol dire giocare sporco, bastardi". Si fiondò sui due ragazzi, i quali non riuscirono nemmeno a usare i loro coltelli. Mia nonna non lesinò loro ogni genere di colpo: non solo pugni, ma anche low kick, gomitate e testate. Fu quello il momento in cui capii che non avrei mai potuto essere al suo livello: lei viveva per combattere, io combattevo per difendermi.
Mia nonna non aveva pietà di me, figuratevi per quei due sfigati. Dopo averli battuti come due tappeti e avergli persino spezzato un braccio, disse loro che se avessero voluto la seconda rata sarebbeDopo quello scontro, mia nonna mi disse che dovevo migliore nel combattimento di strada. Ci mettemmo d'accordo per combattere tra di noi in ogni luogo, in ogni momento. Bastava che uno dei due gridasse "COMBATTIMENTO" per improvvisare una scazzottata. Combattevamo sempre, e sempre con quella passione che solo due veri guerrieri possono provare. Sempre più spesso mia nonna doveva ricorrere a tattiche scorrette per avere la meglio su di me ma ad un certo punto, complice l'età, era palese che mia nonna non riuscisse più a contenermi.
Nonostante io ora sia nettamente più forte di lei, nonostante provi tuttora ad aggredirmi per mettermi alla prova, e nonostante lei mi abbia insegnato a non aver mai pietà degli altri, ho deciso di non percuoterla e di celebrarla come merita in onore dei suoi 96 anni. Mia nonna, il mio idolo, il mio miglior nemico, il mio maestro di vita.

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